PENSIERO POSITIVO: ATTENZIONE ALLE PAROLE

PENSIERO POSITIVO: ATTENZIONE ALLE PAROLE

In media una persona pronuncia 7 mila parole al giorno. Le parole hanno un’energia, questa ci entra dentro e tutto ciò ha conseguenze di cui spesso nemmeno ci rendiamo conto.

In un precedente articolo, dedicato alle parole preziose, ho citato l’effetto google. In cosa consiste? Inserite su google immagini le parole che sentite e pronunciate, vedrete così cosa vi passa per la mente.

Una parola positiva crea un pensiero positivo e questo ha un effetto a catena che si riversa positivamente sulle nostre azioni e sulla nostra vita. L’esatto contrario accade per le parole negative.

Quando pensiamo a qualcosa di positivo (e viceversa di negativo), il corpo è costretto a reagire ai nostri pensieri. Un pensiero dà un’emozione, che fiorisce da alcuni ormoni prodotti dal nostro corpo.

Inoltre, c’è di più, il nostro cervello non percepisce le negazioni e dunque i messaggi che stanno attualmente passando, anche quelli mossi dalle migliori intenzioni, non ci stanno facendo un gran bene. Dunque, cosa fare? Io ho chiesto alla dott.ssa Lucia Attolico qualche suggerimento e come sempre si è resa disponibile.

Eccomi dunque.

Sai Ida, è da tempo che rifletto su questa questione soprattutto perché, grazie al mio lavoro, incontro persone che soffrono e molto spesso “guariscono” cambiando semplicemente l’ottica con cui raccontano i propri malesseri a se stessi.

Ti porto un esempio semplice, anche se così appare ora che te ne parlo, ma ti assicuro che la protagonista, ha davvero sofferto molto prima di risolvere il suo problema.

Una mamma mi raccontò che suo figlio non voleva studiare mai. Mai una volta che il ragazzo prendesse l’iniziativa di mettersi a fare i compiti autonomamente! I litigi scandivano le loro serate e la donna non ne poteva più.

Le chiesi quali fossero le parole usate per “consigliare” al figlio di studiare. Iniziavano tutte con “Sei un…” (fannullone, scansafatiche, ecc.) o con un “Ti piace soltanto…” (giocare, uscire, fare ciò che ti piace, fare niente, ecc.). Quando i toni si alzavano allora la donna gli urlava contro la previsione nefasta del suo futuro: “Se non studi sarai bocciato e finirai per fare il mendicante o per pulire i cessi” e spesso lanciava una profezia utilizzando un paragone velato: “Guarda tuo cugino: non ha studiato ed ora non riesce a trovare lavoro e, quando lo trova, lo pagano poco. Vuoi fare la sua fine?”.

Siccome il figlio aveva già sentito tutto questo (il consiglio di studiare va dato ed era stato dato; il giudizio non va dato ma, pazienza, era stato dato; il pronostico va dato ma non in modo così terrifico), dissi alla signora di limitarsi a dire soltanto queste tre frasi, una al dì, una soltanto, ogni giorno senza dire altro: “Studia e sarai promosso”; “Studia e otterrai il giusto voto”; “I bei voti ti faranno contento”.

La signora si stupì, era abituata ai discorsoni, alle paternali, alle lunghe discussioni che finivano immancabilmente in accesi diverbi. Le dissi pure che dopo aver proferito la frase doveva allontanarsi dal figlio e spostarsi in un’altra stanza. Le parole-chiavi avrebbero agito nel figlio, percorrendo la strada che dall’orecchio finisce nell’inconscio,e attivato un ragionamento diverso da quello solitamente imbastito dal ragazzo (“Mamma mi sta rompendo le scatole”). Il figlio infatti avrebbe cominciato a chiedersi come mai la madre non lo infastidiva più con la sua assurda richiesta di studiare e di fare i compiti. Si sarebbe pure domandato perché la madre non lo minacciava più.

Ora, rileggi le frasi più sopra virgolettate e troverai le parole-chiavi di cui ti ho appena parlato: “promosso”; “giusto voto”; “bei voti”; “contento”. Il figlio della signora per settimane si sentì dire solamente queste parole e nient’altro.

Certo, la donna dovette gestire la propria ansia e i propri nefasti pensieri (“Non dicendogli più niente non studierà e sarà bocciato”), ai quali riuscì a rispondere: “Più niente? No, no, non gli sto dicendo ‘più niente’ gli sto dicendo qualcosa che ha maggiori probabilità di successo rispetto alle brutte cose che gli dicevo prima!”

Ecco come gestì l’ansia.

Quello che voglio dire con questo racconto è che le brutte parole non ottengono mai l’effetto sperato. Quando, ad esempio, lanciamo epiteti negativi (“Stupido”, “Cretino”, “Deficiente”), la persona che li riceve è costretta a creare distanza tra lei e noi. Quando – altro esempio – definiamo una giornata senza sole come “brutta”, “buia”, “grigia”, il nostro umore somiglierà molto alle parole usate.

Ora, non intendo dire che dobbiamo impiegare soltanto parole positive e vivere in una sorta di illusione o finzione. Il fatto è che, sempre più, siamo abituati a vedere l’aspetto negativo delle cose, delle persone e delle situazioni proprio perché ricorriamo prevalentemente alle parole negative.

Perché, almeno, non bilanciare?

Ok. Dici “Che brutta giornata, oggi, il meteo prevede pioggia!”. Prova a dire: “Oggi so che pioverà, bene, porterò con me l’ombrello!”. Ci vedi un’illusione o una finzione? Semplicemente eviti che una parola-chiave negativa (brutta) passi dalla tua bocca alle tue orecchie e raggiunga il tuo umore.

Di esempi te ne potrei fare tanti, Ida, ma questo post sta diventando troppo lungo e quindi termino qui.

Un caro saluto a tutti i tuoi follower: ciao a tutti!

Perché non tentare? Proviamo ad utilizzare parole positive, o come consiglia la Dott.ssa Lucia Attolico impariamo almeno a bilanciare le parole. E’ nei momenti come questo che diventa una vera azione di fede e di forza.

I risultati potrebbero apparire sorprendenti, fare del bene ai noi stessi, potrebbe contemporaneamente fare del bene alla collettività.

Ida Vanacore e Lucia Attolico

Ida Vanacore, fondatrice ed ideatrice creativa di unamammaperamica. Lucia Attolico, psicologa e psicoterapeuta, specializzata in problematiche familiari nel rapporto tra genitori e figli, autrice di libri e programma formativi.

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