Il manifesto della donna tradizionale?

Il manifesto della donna tradizionale?

Ho letto le diciture nell’immagine pubblicata dal giornale “La Stampa” di Torino, il 3 gennaio, in riferimento all’articolo dal titolo “Tendenza #tradwife, così le influencer dell’estrema destra americana raccontano la maternità cool che piace a Fratelli d’Italia. Le stay at home mum vogliono conquistare la Gen Z con l’estetica romantica della vita da casalinga”.

Nel 1984, mi trasferii a vivere da sola dopo la scomparsa di mia madre. Il fervore del ’68 e le rivoluzioni culturali erano ricordi di 16 anni prima ancora vividi, e io ero convinta che il loro impatto avesse portato a una società più aperta e moderna rispetto a quella dei miei genitori. Tuttavia, ben presto mi resi conto di quanto fossi stata ottimista.

Un giorno, un salumiere (sì, all’epoca esisteva ancora la salumeria, un tipo di negozio raro nelle grandi città odierne) mi disse: “Basta con l’acquisto di pochi etti, se non compri di più, è meglio che ti serva altrove!”. A quei tempi, il concetto di “single” non era così diffuso, e io, come giovane single che viveva da sola, non potevo certo consumare più cibo di quanto il mio esile corpo (quello di allora, s’intende!) richiedesse.

Inoltre, nel quartiere dove abitavo, non erano ancora abituati all’idea che una ventiduenne vivesse da sola: a quei tempi era usuale, per la stragrande maggioranza delle donne, lasciare la casa natale soltanto con un anello al dito e un marito al proprio fianco. Alcuni vicini di casa e persino alcuni amici si sentivano in dovere di suggerire che io stessi godendo di una vita dissoluta e portando a casa chissà quanti uomini ora che non ero più sottoposta al controllo dei genitori. Secondo loro facevo la bella vita.

La mia realtà era ben diversa da queste supposizioni: lavoravo da un anno in un ente pubblico e davo esami all’università. Non avevo tempo per la bella vita, forse perché quel modo di vivere non poteva soddisfare la curiosità dalla quale ero animata e per la quale mi spinsi a iscrivermi al corso di laurea in Psicologia.

Tuttavia, il ’68 aveva portato anche a me il dono della libertà di scegliere la mia strada. Ero consapevole che avrei potuto sposarmi o no, avere figli o no, nonostante la società non comprendesse appieno la scelta di non procreare e crescere figli, questione ancora oggi oggetto di dibattito. Un uomo mi aveva persino rimproverato dicendo: “Vergognati, non hai voluto figli!”. Ma anch’io avevo il diritto di vivere la mia vita come volevo, proprio come tante altre persone in tutto il mondo, principalmente uomini, immagino.

Il punto è che allora potevamo esprimere le nostre scelte, dichiarare “Non voglio figli” o “Non voglio sposarmi”, anche se dovevamo affrontare l’accusa tradizionale di egoismo. Ma almeno avevamo il diritto di rispondere ad essa.

In un canale YouTube, ho visto alcuni video della divertente trasmissione “Password” trasmessa negli Stati Uniti tra gli anni ’60 e ’70. Il conduttore, Allan Ludden, chiedeva spesso alle giovani donne, ma non agli uomini: “Are you a workingwoman?” (Sei una donna che lavora?). A quei tempi, non era comune che le donne americane della classe media lavorassero fuori casa. Molte delle giovani partecipanti erano mogli e madri.

Mia madre, italiana doc, era una working woman fin dall’età di undici anni. Non aveva mai avuto la libertà di scegliere se lavorare o meno, perché lavorava per mantenere la famiglia. Semplice!

E ora, veniamo all’articolo a cui ho accennato nell’incipit di questo post: “Stay at home mum” o mamme casalinghe, ovvero “il manifesto della donna tradizionale”.

Non voglio addentrarmi in discussioni / definizioni religiose, politiche o filosofiche, ma vorrei discutere della libertà dell’uomo e della donna, nella convinzione che andare oltre quelle ci permetta di decidere cosa ognuno di noi voglia fare con la propria vita.

Le religioni e le fazioni politiche sono come scatole in cui una volta entrati, si è costretti volenti o nolenti a seguire le regole del contenitore. Quello che dovremmo veramente comprendere è cosa significhi per noi la parola “libertà”.

Secondo me, la libertà consiste nel poter prendere decisioni autentiche basate sul nostro vero pensiero e sulla nostra intuizione. Troppo spesso ci troviamo a fare scelte che non riflettono veramente i nostri desideri, ma esprimono il conformarsi a desideri altrui, sacrificando la nostra vera identità.

In breve, se è tuo il desiderio di sposarti, avere figli e dedicarti alla vita familiare, fallo liberamente, senza doverlo giustificare con ragioni religiose, politiche o filosofiche universali per tutte le donne in contrapposizione a quelle che la pensano diversamente. 

Non è necessario che tutte le donne si sentano obbligate a seguire uno stile di vita predeterminato. La libertà di scelta dovrebbe essere rispettata senza confronti o opposizioni con altre donne, incluse quelle che si dichiarano femministe. Nella nostro passato vi sono state rilevanti personalità femminili che hanno raggiunto importanti traguardi culturali attraverso sfide significative e notevoli sacrifici, di cui oggi beneficiamo noi tutte.

Dovremmo essere tutti e tutte più informate su chi ha fatto la storia delle donne in Italia. Ne cito alcune: Sibilla Aleramo, Rita Levi Montalcini, Elsa Morante, Nilde Jotti, ma ve ne sono tante altre.

Chissà quante donne esplorando la propria storia familiare, potrebbero scoprire un modello femminile che le ispiri a perseguire i propri sogni e desideri nella vita odierna!

Lucia Attolico

Psicologa, psicoterapeuta, specializzata in problematiche familiari nel rapporto tra genitori e figli.

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