Come educare all’amore. I bambini, il gruppo e la famiglia: l’unione che fa la forza.

Come educare all’amore. I bambini, il gruppo e la famiglia: l’unione che fa la forza.

Ci fu un tempo in cui noi ex bambini giocavamo nei cortili sotto casa o in strada, facendo
attenzione alle auto. I più fortunati, sotto casa, avevano dei giardini. Ma tutti, veramente
tutti, nel gioco, correvamo, inciampavamo, ci sbucciavamo le ginocchia. Stabilivamo delle
regole; alcuni di noi, i più birbanti, non le rispettavano e così finivamo per spingerci,
strattonarci, schiaffeggiarci, tirarci morsi e calci innocenti, pur di farle rispettare.
Piangevamo, non per essere consolati, ma perché quei calci, quegli schiaffi e quei morsi
facevano male. Qualche bambino ci consolava e quelli della baruffa andavano via offesi.
Ma il giorno dopo eravamo di nuovo lì, in quei cortili, in quelle strade e in quei giardini.
Dopo qualche occhiataccia a chi ci aveva feriti, riprendevamo i nostri giochi, proprio con
loro e finivamo col divertirci e dimenticare. Allo stesso tempo, imparavamo qualcosa di
importante, qualcosa che ci sarebbe stata utile per tutta la vita. Capivamo chi eravamo e,
soprattutto, di che stoffa eravamo fatti.
Sì, perché gestivamo i nostri bisticci tra noi bambini. Stabilivamo le regole per i nostri
giochi e le punizioni per chi non le rispettava; litigavamo e facevamo pace. C’era anche chi
mediava, in questo gioco delle parti.
Imparando da noi stessi, crescevamo.
Durante la mia infanzia frequentavo quattro amiche. Una di queste era la figlia dei
salumieri sotto casa. Era una bambina prepotente che non amava perdere e quando
giocavamo, imbrogliava. A turno, ognuna di noi litigava con lei. Ma poi eravamo sempre
tutte insieme lì, sotto casa, a giocare, a litigare e, infine, a sistemare le cose. C’era
fastidio, non ostilità. Comprensione, non acquiescenza. Voglia di superare l’offesa, non di
fermarci dentro l’offesa.
Tornati a casa, dopo il gioco, i grandi ci vedevano tornare stanchi ma gioiosi oppure
infastiditi e contrariati e ci guardavano ripartire pimpanti e dimentichi di ciò che era
accaduto il giorno prima.
Eravamo sempre sul pezzo ma su quello del presente, non del passato.
Una volta cresciuti, abbiamo imparato che la vita vissuta da piccoli non è così differente da
quella dei grandi, e che le relazioni erano più o meno le stesse: più l’età cresceva più
aumentava il loro peso e, con esso, le nostre capacità di affrontarle.
Sono diventata adulta perché sono stata bambina.
Quando ascolto i bambini di oggi mi rendo conto che sono identici a quelli di ieri nei loro
bisogni: vogliono potersi esprimere, poter tirar fuori ciò che sentono dentro, liberamente e
senza la costante e opprimente protezione degli adulti.
Si impara a non lasciarsi manipolare già da piccoli, quando si è in gruppo, quando se
qualcuno infierisce su di te, c’è qualcun altro che si erge a tuo difensore e dice al “cattivo”
di smettere perché sta facendo qualcosa di sbagliato. I bambini ripropongono nel gruppo
ciò che vivono in famiglia e, in famiglia, ciò che vivono nel gruppo, in un gioco di continue
revisioni del loro modo di proporsi nell’uno e nell’altro ambiente, perché i piccoli, per
natura, imparano continuamente e con costanza.
Un’infanzia sana può aiutarci non soltanto a creare relazioni appropriate, ma anche ad
evitare o superare quelle tossiche, una volta adulti, poiché ne riconosce l’odore.

Lucia Attolico

Psicologa, psicoterapeuta, specializzata in problematiche familiari nel rapporto tra genitori e figli.

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